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Una volta, a Petilia Policastro, c'era un povero cristo con una moglie incinta, che si chiamavano Scalise Vincenzo e Carvelli Rosaria. Come al solito, anche quel giorno si erano alzati presto ed erano andati a lavorare, a giornata, alle dipendenze di un signore. Essendo quasi mezzogiorno e, non avendo companatico, Vincenzo Scalise disse alla moglie:
- Rosaria, sai cosa potresti fare? Prendi la pignatella e arriva alla masserìa. Vai dal caporale e fatti dare un po' di siero, che ci facciamo una zuppa o vi intingeremo il pane!-
La moglie andò a trovare il caporale e lo pregò di darle almeno un po' di siero. Questi, vedendola incinta, glielo diede per compassione o per scrupolo di coscienza, ma le fece presente che, per ordine del padrone, il siero dovevano darlo ai cani ma non gratis alle persone, anche se loro lavoranti.
Pensando che si trattasse dei soliti pretesti, la donna prese la strada del ritorno con la pignatella piena, senza neppure ringraziare tanto. Poco dopo però, quando ancora era nella stradella privata, incontrò il padrone che arrivava col carrozzino. Questi, vedendola, frenò il cavallo e le chiese:
- E tu da dove vieni?
- Da dove volete che venga, signor Vallone? Vengo dalla vostra masseria perché sono andata a farmi dare un po' di siero per intirgervi il pane. Non me ne volevano neppure dare perché, a sentir loro, voi avevate ordinato di darlo gratis solamente ai cani!-
- Io sono il padrone! Se così ho detto, così deve essere! I cani mi guardano la mandria e tu che mi dai ? L'uccello di tua mamma o mi paghi in natura?
Nel dire queste cose, scese dal carrozzino e tirò un calcio alla pignata, facendo restare la donna senza siero e senza contenitore.
Quando la donna arrivò dal marito con le mani vuote e le raccontò il fatto, questi divenne una bestia e disse:
- Disgraziati e figli di puttana! Dopo essersi fregati tutte queste terra per quattro lire, ci trattano peggio dei cani! Adesso ti faccio vedere io se, a partire da domani, a spese loro, non mangio ogni giorno pane di grano!
Dopo aver detto queste parole si recò da Vincenzo Galoro, un armaiuolo, e gli chiese di fargli vedere l'arma migliore che aveva in negozio. Poi, una volta inserite le cartucce, la puntò contro l'armiere dicendo:
- Se non hai nulla in contrario, prima riempimi la giberna con tutte le cartucce che hai; poi, dimmi quanto costa e, parola di Pane di Grano, dentro domani sarai pagato!
L'armiere, avendo capito che pur di tenere quell'arma, quell'uomo non avrebbe esitato ad ucciderlo, rispose:
- Fucile e cartucce costerebbero trecento baiocchi ma, ad ogni modo, fai con comodo e pagami quando vuoi e come puoi!
Con giberna in spalla e fucile in mano, Pane di Grano si diresse immediatamente a quella masserìa, in località Pantano. Mise fuoco al fienile e, non avendo trovato il padrone, cominciò ad ammazzare ad uno ad uno tutti gli animali. Poi cominciò a sparare sui bovari. Quando si rese conto che essi non avrebbero tentato di reagire, disse loro:
- Da parte di Pane di Grano, andate dal vostro padrone a riferirgli che questo è solo un acconto. Se entro domani sera non mi manda cinquemila ducati, ammazzo lui e tutta la sua razza. Ditegli che questo è il prezzo da pagare per aver trattato le persone peggio dei cani!-
A partire da quel momento, grazie al nuovo ordine dei piemontesi, Pane di Grano è divenuto un brigante che non ha più guardato in faccia a nessuno. Più erano ricchi e prepotenti più, come segno di spregio, ha tagliato i tendini dei loro animali. Poi, dato che con un delitto o con mille non avrebbero potuto impiccarlo più di una volta, non perdonò l'ombra di affronti neppure alla sua donna.
A proposito della moglie, prima se l'è portata dietro nel suo girovagare poi, quando si rese conto che gli era di peso, con la scusa che era gelosa di una sua amante, l'ammazzò il giorno di Natale del 1861, in località Canale.
Siccome Teresa la Pazza gli aveva ucciso una nipote con un pugno, lui staccò la testa del figlio con un sol colpo di baionetta. Poiché questi si era nascosto in una timogna (bica) per non farsi vedere, egli prima lo tirò fuori e, dopo avergli fatto volare la testa, gli mise in bocca un pezzo di pancetta.
A Renusi ha voluto abusare di una ragazza. Per riuscire nello scopo, non ha esitato a sbudellare il padre che gli aveva opposto resistenza, dicendo che prima doveva passare sul suo corpo. Recise la mammella alla madre che le chiedeva di abusare di lei e non della figlia. Squartò il fratello che aveva cercato di bloccarlo con una mannaia.
Alla Remita ha bruciato vivo un compagno. Al fosso del Castello, ha fatto precipitare un altro compagno.
Solo perché uno dei suoi stessi briganti aveva osato mettere gli occhi sulla Cucchiara (soprannome di Stumpo Maria), una donnaccia che qualche volta se la faceva con lui, non esitò ad ammazzare quel suo compagno senza pensare al fatto ch'era fratello del suo luogotenente.
Questa volta però, non si era fatto bene i conti, e Rosario Scardamaglia, il suo luogotenente, gliela fece pagare. Prima gli diede ragione; poi cercò di farlo sparare da qualche manutengolo; infine si accordò con Vincenzo Spinelli e gli tesero un tranello. Lo invitarono a mangiare e bere e, dopo averlo ubriacato come un porco, lo presero a pugnalate e gli staccarono la testa. Dopo aver compiuto questa impresa, tornarono a Policastro e lo fecero sapere al capitano Pier Antonio Ferrari.
Questi, prima stentò a crederci, poi si fece scortare da una cinquantina di guardie nazionali (miliziani) e si recò in contrada Iannaccello. Qui, avendo trovato veramente la testa tagliata di Vincenzo Scalise, divenuto famoso come Pane di Grano, la infilzò con un palo e le infilò un sigaro in bocca.
Una volta fatto il giro del paese, i gendarmi misero quella testa in una gabbia e la issarono sotto un gigantesco olmo, che da Via Discesa Inferno s'innalzava fino a Viale Giove, quella via davanti al Castello, e lì la lasciarono esposta, per tre giorni, per ricordare ai petilini che fine fanno quelli che si mettono contro le leggi dello StatuTalienu (= Stato che parla d'Italia ma è estraneo ad essa).
Peccato che nessuno si è mai ricordato di impiccarvi anche tutti coloro che, con il loro comportamento, costringevano la gente a diventare criminali!
A partire da allora, quando ci si risente con qualcuno e gli si vorrebbe augurare un male, ancora adesso a Petilia Policastro o a Rocca Bernarda si continua a dire: Chi ti vìa-d-ammazzatu cumi Pane (d)e granu! (Che io possa vederti morto ammazzato come Pane di Grano!).
di Giuseppe De Lorenzo
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