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Quando le donne lavavano i panni nelle acque del Neto
Si lavava al Neto, il fiume che ancor oggi, sebbene un po’rinsecchito,
attraversa la valle che dal suo prende il nome. Il Neto diventava rosa sotto i riflessi dei
mandorli e dei peschi in fiore a febbraio, azzurro sotto il sole accecante
d’estate, rosso bruno d’autunno quando le montagne della Sila così
diventavano prima di imbiancarsi, ma non c’era stagione che facesse la
differenza. Le donne, a seconda del bisogno della propria famiglia, partivano
dalla loro “ruga”, la strada appunto come l’eco di un francesismo
suggerisce, e procedevano in fila indiana, molte vestite di nero per un
lutto spesso lontano nel tempo ma non dal cuore recente o antico, con
un cesto in testa ricolmo di biancheria sporca. Tra la testa e il cesto uno
straccio a mo’di corona, molto popolare, rendeva più sopportabile il dolore
dello sfregare dei nodi dei vimini tra i capelli. Le mani impegnate a
tenere un secchio ricolmo di cenere pulita. Nella tasca anteriore del
grembiule un pezzo di sapone fatto in casa. La fila andava ed erano di
continuo, come ricordano oggi le stesse donne, risatine, chiacchiere,
pettegolezzi sul corredo di questa o di quella. La fila vista da lontano poteva
apparire come un tratto di spago nero, una riga nera, con qualche sbavatura:
qualcuna si portava il figliolino più ribelle, dopo aver lasciato a
dormire, sotto la vigilanza forzatamente affidabile della più grandicella,
i più piccoli. E non erano mai due o tre ma un numero più folto che, come
dicono loro, è la ricchezza vera, quella del sangue e cioè di una prole
che assicura nel tempo la continuità dell’affetto e del calore.
Arrivate al fiume, ognuna si sistemava sul lastrone di pietra che da tempo
aveva fatto suo, eredità di madri, di nonne e ancor più indietro nel tempo
di un’antica parente, e accendeva subito il fuoco; immergeva la biancheria
nel fiume e cominciava a insaponare e strofinare sulla pietra. Ognuna
stava, qualsiasi stagione fosse, a piedi nudi nel fiume e dopo un po’sia le
mani sia i piedi diventavano rossi e gonfi. Oggi molte di queste mani sono
sformate, nodose, più utensili artigianali che mani umane eppure di
quel tempo c’è solo un ricordo nostalgico, fatto di giovinezza e salute.
Qualcuna approfittava dell’andata al fiume per fare il bagno e ancor oggi
conserva il ricordo nostalgico di una nudità mostrata tra fierezza e pudore
e quello bruciante(?) di sferzanti acque taglienti sulla pelle e poi quello
confortevole di un benefico e salutare calore. Mentre si insaponava la
biancheria, veniva sistemata la cenere nell’acqua calda; l’acqua veniva
poi filtrata e la cenere buttata via. Qualcuna osava le novità: profumare
l’acqua calda e filtrata di scorze d’arancia, che poi toglieva
come si faceva con la cenere: brevi divagazioni sul tema che avrebbero
garantito un profumo più intenso ad ogni indumento, ad ogni lenzuolo e
tovaglia. Una volta sciacquati i panni dal sapone, venivano sistemati su un
cesto di vimini intrecciati, coperti da un telo pulito e antico che avrebbe
fatto da filtro per eventuali residui di cenere e poi bagnati dell’acqua calda
filtrata: le donne sapevano così di profumare e ancor più di disinfettare
la biancheria. Era anche il momento della pausa; bisognava dare il tempo
all’acqua calda di essere efficace sul bucato e nel frattempo si mangiava:
si toglievano dalle tasche dei grembiuli grandi fette di pane, fatto da loro
stesse, e insaporito di olio, di aglio e di quanto altro avevano velocemente
portato via da casa.
E intanto si chiacchierava in quelle ore della mattinata, destinate al bucato;
sarebbero seguite la preparazione del pranzo, un po’meno curato
rispetto agli altri giorni, e tutte le altre faccende che solitamente le attendevano
al pomeriggio, fin prima di accendere le lanterne a petrolio.
Adesso era il momento della comunella, si fraternizzava, si mettevano a
nudo certi fatti, tacendo le cose più intime della propria casa e volgendo
i pensieri e la lingua là fin dove si avvertiva che era possibile.
Finita la spugnatura di acqua calda,scivolata tutta l’acqua calda tra i nodi
dei vimini intrecciati, tolto il telo che doveva fare da filtro, la biancheria
restava candida e odorosa; era il momento di rimettersi le ceste in testa
rese più pesanti dall’acqua.
Le donne, lasciati i lastroni del Neto, si riordinavano così in fila verso casa.
Era abitudine che, sulla via del ritorno, ci si fermasse a casa di qualcuna
che prima faceva parte del gruppo e che adesso, per età o per altro, restava
a casa, sostituita da una figlia o da una nuora. Ci si fermava qui perché
si trovava acqua calda nella quale immergere mani e piedi perché tornassero
ad essere tiepidi, rosei e non più violacei. Rinfrancate dal calore
dell’acqua e da tanta naturale accoglienza, le donne riprendevano il
cammino ed in prossimità dell’abitazione per spandere al sole o sul grano
già alto o in cima ad un filo di fortuna il bucato profumato. Ci si salutava e,
una volta in casa, non si chiudeva la porta che restava aperta, o solo accostata,
pronta a spalancarsi a chiunque avesse bisogno di qualcosa.
di Lucia Bellassai
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