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 Motivazioni personali (1/2)

Debbo aggiungere a quanto detto una serie di considerazioni che possono contribuire a spiegare meglio le motivazioni personali che devono pur esserci in una ricerca, qualunque esso sia lo strumento di indagine o l'argomento prescelto. La prima di queste riguarda me personalmente e il mio rapporto con la cultura contadina, della cui importanza, e forse, in un certo senso della stessa esistenza ho potuto rendermi conto, paradossalmente, negli anni trascorsi a studiare al nord.

La Scuola, parziale e legata alle mode del momento, mi aveva fatto vedere, del mondo in cui ero nato solo gli aspetti negativi con tratti caratteristici che sembravano essere solo la miseria e la mancanza di prospettive per il futuro. I libri di testo disegnavano, anche iconograficamente, un mondo contadino meridionale arretrato, incolto e poco adatto alle possibili prospettive di sviluppo: al nord c'erano gli eroi, mentre al sud esistevano i briganti e quando andava bene i rivoluzionari straccioni alla Masaniello; al nord la meccanizzazione dell'agricoltura e al sud ancora col "ciuccio" e tutto questo, ovviamente, per colpa di un'indole caratteriale a noi trasmessa geneticamente dalla lunga dominazione di una stirpe Spagnola indolente e poco propensa verso qualsiasi idea che riguardasse ipotesi di sviluppo e di crescita sociale. Bisognerà aspettare la fine degli anni 70 per poter trovare, nei libri di storia scolastici, analisi del fenomeno meridionale meno superficiali e tendenziose che, guarda caso, erano già state elaborate in epoche di molto antecedenti ma non avevano mai trovato canali di divulgazione adeguati.

Con questo bagaglio di certezze molti di noi sono partiti per trovare nella "terra promessa dello sviluppo" la soluzione dei problemi e quale fu la mia sorpresa nello scoprire che ì contadini delle Langhe piemontesi, o quelli del territorio interno ligure, per non parlare dei veneti, erano del tutto simili a quelli che avevo lasciato e, per alcuni aspetti, sotto il profilo caratteriale, molto meno aperti alle innovazioni del progresso tecnologico che avevano la possibilità di osservare da vicino e senza intermediari mediatici. Quello che per il contadino meridionale rappresentava la possibile alternativa alla fame, per questi era invece sfruttamento sistematico e annullamento della personalità. Loro, che avevano la fortuna di essere osservatori diretti di questa faccia della medaglia, vi contrapponevano l'orgogliosa presunzione di libertà che il lavoro dei campi poteva garantire rispetto alla catena di montaggio. Tutto questo era stato possibile solo grazie ad un tessuto sociale indubbiamente più evoluto rispetto ad un mondo in cui la piccola proprietà terriera non era mai esistita e tutto sì esauriva storicamente nella schiavizzazione delle classi più deboli. Ma tutto questo non aveva niente a che vedere con la genetica.

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