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ITINERARIO STORICO, LINGUISTICO ED ARTISTICO
NELL’ ARBERIA DELL’ALTO CROTONESE.
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Per il turista che vuole avventurarsi in percorsi diversi delle solite mete montane o maritme, nell’ Entroterra medio Jonio esiste l’opportunità di itinerari dal raffinato taglio culturale ed antropologico. Attraverso i centri storici di numerose cittadine è, infatti, possibile ricostruire le storie di popolazioni diverse emigrate in queste terre il cui passato, per fortuna, non è ancora del tutto passato. Uno di questi possibili itinerari è quello sulle tracce delle popolazioni albanofone stanziatesi nel corso dei secoli nell’alto Crotonese. Ancora oggi è possibile scoprire peculiarità linguistiche e religiose orientali; fra le cittadine di Carfizzi, Pallagorio e San Nicola dell’Alto. Questa presenza che ancora oggi parlala la lingua d’origine rappresenta una minima parte di quella popolazione d’origine albanese che in Calabria è ampiamente diffusa nella Sibaritide dove papa Benedetto XV, il 13 febbraio 1919 istituì l’Eparchia ortodossa di Lungro e con diramazioni anche nella provincia di Catanzaro. Arrivati dapprima come soldati pagati dagli Aragonesi nei XIV secolo, dopo la conquista ottomana dell’Albania, furono numerosi gli Albanesi che decisero di rimanere nel Meridione italiano ed anche in Calabria.
Per quanto riguarda l’alto Crotonese, una delle prime attestazioni storiche relative alla presenza albanofone è contenuta in una lettera di mons. Francesco Capasacco vescovo di Umbriatico (diocesi dipendente dalla Metropolia di Santa Severina) che nel 1.472 accettava l’avvento di alcuni militari albanesi e delle loro famiglie in alcune terre disabitate della sua diocesi. A distanza di decenni, al tempo del Concilio tridentino (1545 \ 1563) la presenza albanofona nella diocesi di Umbriatico doveva essere ancora consistente se mons. Giuseppe Cerare Foggia, anch’egli vescovo di Umbriatico, lamentava problematiche relative a differenze fra i Cattolici di rito latino e quelli di rito greco residenti fra le cittadine di Pallagorio, Carfizzi, San Nicola dell’Alto ma anche nelle cittadine di Melissa, Crucoli e Casabona. Ancora dal punto di vista storico, dobbiamo ricordare che il 1 giugno 1.275 un vescovo di Umbriatico ricevette un diploma regio che gli consentiva di svolgere a San Nicola dell’Alto, di cui era barone, e nella vicina melissa un mercato in conto decime. Tale diploma, riportato da p. Fernando Ughelli nella sua “Italia sacra” pur non conservando il nome del prelato testimonia una certa economia alquanto florida da consentirgli l’organizzazione di una fiera annuale cui, evidentemente, ad alcuni commercianti della zona conveniva raggiungere. Ancora Carlo d’Angiò, nel 1.306 permise allo stesso Prelato d’accogliere nuovi venuti, probabilmente ancora Albanesi, dopo che nel 1285 Ruggero di Lauria aveva distrutto San Nicola dell’Alto ed alcuni centri della zona. Nel 1.595, San Nicola dell’Alto essendo un casale di Umbriatico annoverava 330 abitanti, buona parte provenienti dalla Morrea.
Dal punto di vista linguistico, invece, l’idioma albanese sembra essere fortemente caratterizzato dalle numerose migrazioni che interessarono tale popolazione indoeuropea. “Brulica – ha scritto André Martinet in “L’indoeuropeo. Lingue, popoli e culture” – di parole prestate dallo slavo, dal turco, dal greco e dagli idiomi romanzi, tanto che solo un deci9mo del vocabolario è propriamente indigeno. L’albanese è una di quelle lingue che pongono ai comparatisti più problemi che soluzioni. Sulla base della localizzazione geografica dell’Albania, lo si è spesso ricondotto all’illirico. In effetti – evidenzia il glottologo francese - i Greci situarono l’Illiria pressappoco dove si trova l’Albania d’oggi. Più tardi i Romani hanno posto l’Illiria più a nord, in quelle che oggi sono la Croazia e la Slovenia. Sfortunatamente, le lingue parlate allora in queste diverse regioni non sono conosciute se non dai toponimi che non provano granché”. Più specificatamente, analizzando le peculiarità linguistiche dell’ isoglossa albanofona del Crotonese, alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che gli abitanti non autoctona di quest’area vi arrivarono dalla Toskeria, regione meridionale dell’Albania o dal Peloponneso dove Colonie albanesi sono attestate a partire dal XIV secolo.
Proprio per salvaguardare questa lingua e le tradizioni esistenti in tali cittadine, il Consiglio provinciale di Crotone, su proposta del consigliere Antonio Blandino ha riconosciuto “L’area linguistica albanofona” in base alla legge nazionale n° 482\99. A 42 km da Crotone, con un’altitudine di 510 m.s.m. ed una popolazione di circa 1.000 abitanti, la cittadina di Carfizzi è da anni impegnata nella rivalutazione delle proprie peculiarità storico, linguistiche ed antropologiche. Grazie ad alcuni gemellaggi con alcune cittadine albanesi, vi si organizzano varie iniziative culturali come, nel periodo estivo, il “Festival dei Popoli”. Il suo centro storico rappresenta un amalgama di viuzze lastricate in pietra e case dallo stile rurale. Fuori dal suo centro abitato, si possono osservare fra i verdi querceti, i resti di alcuni mulini a vento che testimoniano come la popolazione, nel passato, era legata a quell’agricoltura che lungamente fu per l’intero Crotonese la maggiore fonte economica. Nel centro abitato, la chiesa madre è dedicata alla patrona santa Veneranda. Al suo interno, fra le varie opere d’arte, sono artisticamente interessanti la statua della Santa patrona ed il prezioso Reliquiario ligneo ricoperto in oro zecchino.
Ancora nell’Entroterra crotonese, può vantare un’antichissima storia la cittadina Pallagorio. Nei suoi pressi, secondo una tradizione avvalorata dal ritrovamento di alcuni reperti archeologici, abitarono dapprima dei Choni e, quindi, una rappresentanza dei Coloni magno greci che, fra l’VIII ed il VII secolo a.C., vi lasciò numerose tracce. Vari ritrovamenti archeologici, infatti, furono ritrovati nei pressi della cosiddetta “Porta scea” a sud est del centro abitato. Se nel medioevo Pallagorio era un semplice casale della vicina Umbriatico, è nel 1.500 che il centro registra un notevole aumento della popolazione proprio grazie all’avvento di genti straniere provenienti dall’Epiro, dalla Morrea e dalla Schiavonea. Censendo le chiese di Pallagorio, la studiosa Anna Russano Cuttone nel saggio “Alto Crotonese: i monumenti, gli oggetti d’arte, la storia e la gente” ha notato nel centro storico di Pallagorio da varie torri, descritte per il loro stile, come “toscaneggianti”. Fra queste chiese ha un certo fascino per i gli archetti a mensola il campanile della chiesa della Madonna del Carmine. Altra chiesa dal particolare stile architettonico è quella dedicata a Santa Filomena. Al suo interno, un’epigrafe ricorda che la stessa fu arricchita da diverse donazioni ed arredi sacri inviati dal re borbone Ferdinando II nell’agosto 1.838. Terza cittadina del crotonese che ancora oggi si può definire “albanofona” è quella di San Nicola dell’Alto, nota sino alla seconda metà del 1.900 per le numerose miniere saline che ne caratterizzavano il territorio. La cittadina, ad un’altezza di circa 600 m.s.m., accolse numerosi Albanesi quando Skandeberg inviava i propri aiuti militari a re Carlo I d’Angiò, impegnato contro gli Aragonesi. “L’abitato – ha scritto Anna Russano Cotrone nella citata pubblicazione - occupa uno stretto crinale a sella che ha, come a picco, il monte San Michele con l’omonima chiesetta. oscurata da una selva d’antenne, scende poi fino alle ultime case sulla strada che va da Pallagorio a Carfizzi. Vicoli e quartieri si strutturano lungo l’asse in parallelo ed a raggiera con percorsi stretti, a volte scoscesi, fra case ricavate sui fianchi dell’altura”.
di Francesco Rizza
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