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29 OTTOBRE 1949: “I FATTI DI MELISSA” E LE LOTTE AGRARIE IN CALABRIA E NELL’ ITALIA MERIDIONALE.
 

“Era il tempo della semina delle fave e ci siamo incamminati verso le 5. Dell’arrivo della Polizia nessuno sapeva niente. La raccomandazione che avevamo avuto dai dirigenti della Federterra era di accogliere i poliziotti, se fossero arrivati, con battimani e grida d’evviva. E così fu. Alla vista dei primi agenti ci radunammo al centro di Fragalà e battemmo le mani. Come risposta giunsero i primi candelotti lacrimogeni. Qualcuno di noi li rilanciò verso lo schieramento dei celerini, a quel punto scoppiò la tragedia. I poliziotti cominciarono a sparare con le pistole ed i mitra. Un vero e proprio inferno di fuoco e di fuoco”. E’ Peppino Nigro, testimone oculare e fratello di una delle vittime di quelle che furono ricordate come “I Fatti di Melissa”, il ventiquattrenne Francesco Nigro, a ricordare ciò che accadde quella mattina del 29 ottobre 1949: una data importante nelle lotte agrarie in Calabria e nel Meridione italiano. Quasi in contemporanea, altre occupazioni di terre incolte, appartenenti ai latifondisti del tempo, si registrarono in altri 72 comuni della provincia di Catanzaro, ma anche in Calabria, in Sicilia dove si registrò il famoso eccidio di “Portella delle ginestre”, nelle Puglie e nel Lazio meridionale.

Dopo alcune rivolte che nel Crotonese e nella stessa Melissa s’erano registrate già negli anni Venti, quando iniziarono a sorgere anche in Calabria le prime sezioni socialiste, altri tumulti in Calabria si erano registrati fin dal 1946, quando il ministro all’Agricoltura on. Antonio Segni ritirò i “Decreti Gullo” datati 1944. Tali decreti, un buon inizio per la riforma agraria nell’Italia post fascista, assicuravano la continuità del lavoro, riducendo i margini dello sfruttamento da parte dei latifondisti. A stilarli era stato un illustre parlamentare del Pci calabrese divenuto ministro: l’avvocato catanzarese Fausto Gullo che dopo essere stato partigiano e costituente fu eletto più volte in Parlamento reggendo il ministero all Agricoltura nel primo Governo d’unità nazionale retto da Badoglio, mantenendo lo stesso incarico nei successivi Governi presieduti da Parri, Bonomi e De Gasperi. Questi, proprio nel 1946 lo volle al ministero di Grazia e Giustizia ed uno dei primi atti del suo sostituto era stato il ritiro dei decreti legge che portavano il suo nome. In precedenza, grazie proprio ai “Decreti Gullo” i contadini calabresi avevano iniziato a superare l’atavico individualismo, malattia atavica nel Sud italiano, costituendo le prime coperative sociali ed ottenendo l’assegnazione di vari terreni incolti. Fin dal 1946, la protesta per il ritiro dei “Decreti Gullo” s’era fatta sentire in Calabria ed alcuni Latifondisti chiesero l’intervento della polizia. In quell’occasione, salirono a Roma per perorare la causa dei proprietari terrieri i parlamentari democristiani Gennaro Cassiani ed Antonio Pugliese.

“Nel 1949 – scrisse lo storico inglese Kogan – i lavoratori agricoli scesero in sciopero sotto la direzione della Cgil. Si generò, allora, un tale clamore ed una tale tensione non solo nelle campagne, ma anche negli ambienti politici di Roma ed il Governo fu costretto ad intraprendere un’azione per rendere più tollerabile la situazione. Il presidente del Consiglio on. Alcide De Gasperi ed il ministro all’Agricoltura on. Antonio Segni, proprietario terriero e docente universitario sardo, prepararono un progetto di legge per il frazionamento delle grandi proprietà terriere abbandonate. I grandi imprenditori agricoli – spiega Kogan – che impegnavano tecniche avanzate, furono esclusi dalla legge a prescindere dall’estensione delle loro proprietà. Nell’aprile 1949, l’on. De Gasperi propose la ridistribuzione di 37.000 ettari di terre incolte e la proposta di legge fu sottoposta ad una commissione interministeriale. La Confragricoltura – aggiunse lo Storico inglese – organizzazione dei grandi proprietari terrieri, esercitò però una tale pressione sui ministeri che il progetto fu insabbiato in Commissione”. Il 29 ottobre fu preceduto nel Marchesato crotonese da un susseguirsi di occupazioni e proteste. Nel Crotonese, l’eccidio di Melissa fu preceduto dall’occupazione da parte di 10.000 persone di 6000 ettari a Crotone il 25 ottobre, da 40 arresti a Strongoli per le occupazioni che si registrarono il 26 ed il 28 in uno scontro a fuoco, ad Isola Capo Rizzuto, i Carabinieri uccisero Matteo Aceto, uno dei promotori del movimento d’occupazione. Le stesse occupazioni delle terre, ha scritto la saggista Amelia Paparazzo evidenzia come queste “erano una tradizionale forma di protesta attuata nella Regione. Era abitudine, infatti, delle popolazioni del versante cosentino e di quello jonico del Marchesato di Crotone invadere periodicamente, soprattutto nei mesi primaverili, le terre dell’ Altopiano per praticare determinate culture che avrebbero soddisfatto il fabbisogno familiare. Di queste periodiche forme di protesta e di rivendicazione, si ha notizia dal 1700 e nel 1800 quando, soprattutto dopo l’unificazione nazionale, centinaia di famiglie contadine si recarono nelle terre di latifondo chiedendone la distribuzione”.

A Melissa, quella tragica mattina del 29 ottobre fu preceduta dall’occupazione da parte dei contadini del feudo di “Fragalà”: un ampio appezzamento allora incolto ed abbandonato da ben 14 anni che, durante il Fascismo, era stato ampiamente sfruttato dai Polito e dai Berlingeri, ricche e nobili famiglie dio Crotone. L’occupazione delle terre andava avanti già da alcuni giorni quando giunsero ad affiancare i carabinieri del maresciallo Brezzi numerosi celerini e la tragedia avvenne. Oltre al ventiquattrenne Francesco Nigro, rimasero a terra il quindicenne Giovanni Zito e la ventiquattrenne Angelina Mauro che, ricoverata all’Ospedale civile di Crotone per le ferite riportate vi morì dopo alcuni giorni. Altri 15 contadini, invece, rimasero feriti in maniera più lieve. Di Francesco Nigro, raccontava il padre: “aveva fatto la guerra ed era finito prigioniero prima in Germania e poi in Russia. Era tornato a Melissa per lavorare, ma qui trovò soltanto la fame. La miseria trionfava e fu questo a spingerci ad andare sulle terre, a coltivarle. Non è vero che le occupazioni di Melissa - raccontava a 30 dei fatti al giornalista Sergio Dragone de “il Giornale di Calabria” Peppino Nigro - sono state un fatto di partiti. Di mio figlio hanno detto che era del Ms. Non è vero, mio figlio era libero! Fu un movimento di popolo. C’erano tutti a Fragalà. I comunisti, i socialisti, i democristiani e pure i fascisti. Era la fame a spingere tutti. Anche nel 1922 – ricordava Peppino Nigro - si lottò per la terra e i carabinieri misero in piazza la mitragliatrice. Ma non si arrivò mai a quella ferocia”. Un altro testimone oculare che raccontò quella giornata al cronista Dragone fu il pastore Antonio Durante che, dopo la sparatoria, fu precettato dalle forze dell’ordine che vollero essere accompagnate a Cirò Marina attraverso stradelle di campagna per evitare il passaggio dal centro abitato. “Fui picchiato – raccontava Durante – dai carabinieri perché non volevo accompagnarli. Mi ci portavano con la forza. Mentre camminavamo mi rivolgevano parole ingiuriose nei confronti dei Melitesi: siete tutti delinquenti e cafoni mi dicevano”.

Poche le prese di posizione, da parte dei giornali nazionali dell’epoca contro l’accaduto. I maggiori giornali romani, nel fare la cronaca di quei tragici minuti, parlando di conflitto a fuoco fra contadini e carabinieri provocato dai contadini. Voci fuori del coro furono “L’Avanti” diretto a quei tempi da Sandro Pertini che parlò di “omicidio premeditato” e “L’Unità” diretto da Pietro Ingrao che propose alla Federazione nazionale della stampa l’invio a Melissa di una delegazione di giornalisti di tutte le tendenze con lo scopo di fare luce sugli accaduti, ma tale proposta non ebbe seguito. I “fatti di Melissa”, comunque, ebbero almeno una risonanza di solidarietà. Nella Capitanata pugliese la rivolta s’accese il 23 marzo 1950 a San Severo “la Varsavia pugliese” dove arrivò nuovamente l’esercito a bloccare lo sciopero e si contarono 180 morti ed un morto. I braccianti pugliesi “reagivano – raccontò la giornalista Antonella Gaeta nelle pagine pugliesi de “Repubblica” del 25 marzo 2004 – contro la persecuzione dei lavoratori perpetuata dal 1948 in poi dal ministro Scelba. Quasi duecento persone furono accusate d’insurrezione armata contro i poteri dello Stato, private della libertà per due anni fino alla liberazione ottenuta grazie all’impegno di un coraggioso avvocato, Lello Basso”. Emblematica fu la situazione dei figli dei braccianti incarcerati. “Sessanta, forse settanta persone che furono affidate- narra Antonella Gaeta - attraverso i Comitati di solidarietà ai compagni toscani, emiliani, romagnoli e marchigiani che li accolsero nelle proprie case. I sacerdoti diffusero la falsa notizia che li avrebbero portati in Russia e i piccoli destinati a Lugo di Romagna, a sentire quello strano dialetto, ci cedettero davvero”. A Melissa, intanto, il latifondo di Fragalà fu diviso fra i contadini e già il 2 novembre 1949 furono ritirati gli sfratti che avevano occupato in Calabria 5200 ettari: come dire, dopo il bastone la carota, ma nonostante tutto e l’istituzione della stessa “Opera Sila”ancora fino ai giorni nostri non ci sono state per l’agricoltura calabrese e meridionale, risoluzioni migliore di quell’ assistenzialismo che per troppo tempo, invece di risolvere i problemi, assopì le coscienze.


di Francesco Rizza

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