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| TRADIZIONI DEL PASSATO E DEL PRESENTE NEL TRIDUO PASQUALE A PETILIA POLICASTRO.
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Con la Domenica delle Palme sono state avviate le tradizionali funzioni della Settimana santa a Petilia Policastro. Nella cittadina dell’alto Marchesato crotonese, in attesa della Veglia pasquale, sono numerosi gi appuntamenti di fede e folklore ancora palpitanti, anche se molti di loro sono scomparsi o si sono trasformati nel corso dei lustri. Culmine della Settimana santa è il cosiddetto “triduo pasquale” in cui, in tutte le chiese parrocchiali, il primo appuntamento liturgico è quello della commemorazione dell’ultima cena. Al termine della Liturgia eucaristica, le Ostie consacrate sono riposte negli Altari della reposizione conosciuti come “Sepolcri” dove saranno venerate dai fedeli ed utilizzate sino alla Messa della veglia pasquale. Sino ad allora, infatti, per il cosiddetto “lutto della Chiesa” non ne saranno consacrate altre. Gli stessi “Sepolcri” sono degli altari privilegiati riccamente ornati con drappi, fiori, piante e candele. Altamente simbolici, fra gli addobbi del Sepolcri, sono i cosiddetti “Seminati”: germogli di grano, lupini, granturco ed altri cereali fatti germogliare al buio per lasciare a loro una chiara e quasi trasparente colorazione. Queste pianticelle, a detta di vari studiosi, hanno una storia più antica dello stesso Cristianesimo; essendo collegati al culto di Demetra, dea dei campi e del grano, e di Persefone sua figlia. Proprio per ricordare il rapimento di quest’ultima da parte di suo zio Ade che se era innamorato ed a lungo la trattenne presso di sé negli inferi; anche i fiori e le pianticelle per addobbare i suoi altari erano fatti germogliare al buio.
Sino alla fin degli anni ’60, al termine della Liturgia del Giovedì santo, nella chiesa di san Nicola pontefice, avveniva il rito della ”Chiamata”. L’arciprete, raccontano gli anziani, salito sul pulpito ligneo che un tempo arredava la stessa chiesa, alla luce tenue delle candele commemorava la Via crucis e, quindi, staccato dalla croce il corpo di Cristo e domandava: “A chi consegnerò il Cristo? Agli Angeli? Ma questi sono turbati. Lo consegnerò agli Apostoli? Questi dormono. Lo consegnerò – continuava l’Arciprete - agli uomini? Questi non ne sono degni. Lo consegnerò, dunque, a sua Madre”. In questo momento di commozione generale, veniva spalancata la porta principale della chiesa ed ad uno squillo di tromba veniva avvicinata al pulpito la statua della Madonna addolorata che si venera nella vicina chiesa di san Francesco da Paola e fra le sue braccia veniva deposta la statua del Cristo morto che sarebbe stata portata in processione. Nel pomeriggio del Venerdì santo, si svolgono in tutte le chiese parrocchiale le cosiddette “Tre Ore di Agonia”. Si tratta della commemorazione della “Passio” cui segue l’adorazione della croce ed alle prime ore del tramonto la processione della “Naca” che, uscendo dalla chiesa della Madonna Anunziata, attraversa sino a tarda ora le principali strade cittadine. In questa processione, la Naca col Cristo morto viene accompagnata dalla Madonna addolorata, dagli Apostoli in tunica viola e croce sulle spalle e da un buon numero di fedeli. Forte il pathos dei canti folkloristici che un tempo accompagnavano questa processione e, più in generale, dedicate alla morte del Cristo. Fu proprio questo suo sublime atto d’amore a renderlo, infatti, del tutto simile agli uomini. “Cala Maria e mintate nu mantu – canta uno di questi brani del folklore petilino - ka li Judei ho fattu tradimentu \ l’hannu purtatu a ru sepurcru santu \ accumpagnatu di lu sacramentu \ (…) Oj vennari de marzu dolurusu \chi a Gesù Cristu ‘a ra cruci l’ho misu \ Cu duj chiudi ‘a re mani e natru jusu \ cu sangu ka niscia senza ripusu \ Chi nun ciancìa ppe tia Patreamurusu \ nun spera e nun aspetta paradisu \ Oi cruce direttissima e trionfante \ misera attrice de la mala gente \ Due passare chisti carni sante \ de Cristu vru Diu ranne –putente”.
Estremamente ricca e bella, a detta degli anziani, era la Naca lignea della chiesa di San Francesco da Paola utilizzata sino alla fine degli anni 60. Questa, oltre che da numerosissimi veli era adornata ai quattro angoli da quattro statue scolpite in legno e rappresentanti i quattro Evangelisti. Sempre fuori dallo stesso feretro del Cristo erano stati scolpiti degli angeli uno dei quali, in posizione più centrale, reggeva i simboli della passione: un calice, una piccola croce e dei chiodi. A differenza delle altre processioni, almeno a Petilia, quella della Naca non è accompagnata dalla banda musicale. Unico strumento musicale utilizzato, anche se molto meno che negli scorsi lustri, è la cosiddetta “trocca trocca”. Si tratta di un rudimentale strumento caratteristico della tradizione etnica calabrese, così descritto in “Strumenti musicali popolari in Calabria” di Antonello Ricci e Roberta Tucci hanno scritto che “si tratta di strumenti rumorosi il cui uso, in un periodo caratterizzato da rituali di purificazione, ne evidenzia la funzione esorcistica. Occasionalmente questi strumenti sono anche usati durante il Carnevale”. Gli stessi studiosi osservano che la tradizione calabrese ha conservato due tipi principali di “trocche trocche”. Fra queste “la raganella è costituita da un semplice telaio di legno o di canna da cui è ricavata una linguetta che poggia su una ruota dentata alloggiata entro lo stesso telaio e imperniata su un manico esterno. Impugnando lo strumento per il manico e facendolo ruotare intorno al proprio asse, si provoca l'azione di raschiamento della linguetta contro i denti della ruota” mentre “la tràccola è una scatola di legno di varie dimensioni — anche molto grandi — contenente al suo interno uno o più ingranaggi da raganella, che vengono azionati da una manovella esterna”. Culmine del Triduo, comunque, resterà l’appuntamento della Veglia pasquale che, intorno alla mezzanotte avrà luogo in tutte le chiese parrocchiali. Teologicamente, si tratta della Liturgia più importante dell’Anno liturgico che proprio con questa funzione ha inizio, con la benedizione dell’acqua, del fuoco e del cero pasquale.
di Francesco Rizza
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