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D'inverno, nelle giornate di pioggia o nelle rare nevicate, il paese sembrava disabitato, nessuno sulle strade, le donne in casa davanti al focolare a cucinare, cucire, sferruzzare tessere, filare, insieme ai più piccoli e ai più vecchi; gli uomini e i ragazzini nelle "Varvirie, nelle "Forge", dal "Mastradasciu" o, specialmente di sera, a giocare a carte nelle "putighi i du vinu". I pochi che si avventuravano per le strade dovevano avere scarpe ben cucite e ferrate per poter sperare di ritornare a casa senza scivolare e inzaccherarsi più del dovuto.
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Del resto, a parte le due illusorie strisce di pietre in fila che lungo i muri del corso principale davano l'illusione del marciapiede, poco era rimasto delle antiche "basule" che pure dovevano esserci state sulla strada, stante i piccoli
rimasugli che, a mò di isole, ancora sopravvivevano in qualche parte della strada risparmiata dai carri e dagli animali.
Ci pensavano i bambini, scalzi e mal calzati, nella loro beata incoscienza e con il gusto dispettoso di marcare con il gesto una volontà di sopravvivenza e di esistenza, a evidenziare queste isole saltellando da una all'altra in una specie di gara a chi saltando raggiungeva la più lontana.
Gli uomini e le poche donne no! La fatica che avevano fatto per passare il "sivu" su quelle tomaie sempre più rattoppate e sempre meno originali, rendeva questi sempre guardinghi verso ogni occasione di rovina di quel lucido costoso quanto precario.
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Le donne, in modo particolare, si vedevano di rado in qualsiasi stagione ma d'inverno difficilmente si allontanavano dalla "rua" se non per qualche incombenza straordinaria per la quale osavano arrischiare l'orlo della gonna e della sottogonna nella pozzanghera della strada. Senza contare il disagio di sentirsi osservate da quella fila di uomini che in fila davanti alle botteghe e sui marciapiedi erano pronti a misurare con gli occhi ciò che mai avrebbero potuto vedere se non nel privato del focolare domestico, e nemmeno lì, completamente svelato. |
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